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IL Monachesimo Basiliano
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L'imprinting culturale
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Fragala.jpg (22185 byte)Lasciando la sua inequivocabile e durevole impronta sulla religiosità degli abitanti dei Nebrodi, il monachesimo basiliano ha svolto una parte essenziale nella definizione della loro identità culturale, almeno fino alla recente grande omologazione.

 

 

Le origini.

E’ probabile che la diffusione del monachesimo basiliano in Sicilia abbia avuto inizio già nel VI secolo, cioè nel periodo immediatamente successivo alla conquista bizantina (535), anche se la prima notizia su di esso risale al VII secolo, quando Massimo il Confessore si appellò alle loro comunità - già bene organizzate e diffuse in tutta l’isola - per opporsi all’eresia monotelita. Di lingua, cultura e rito orientale, il monachesimo basiliano costituì il principale veicolo attraverso cui si realizzò la rapida e profonda bizantinizzazione della società siciliana. Capillarmente presenti sul territorio, in relazione evidente con i casali che si erano formati dalla frantumazione delle città antiche, i monasteri basiliani diventarono nell’alto medioevo le nuove cellule organizzative del territorio. E' verosimile che San Filippo di De­menna (Frazzanò), S. Michele Arcangelo (S. Angelo) e S. Nicolò de Ficu (Rac­cuia) fossero sin dall'inizio preminenti sugli altri; e che loro metochi fossero S. Maria de' Malli­machi, vicino Castanea; S. Teodoro presso Mirto; S. Pietro di Deca e S. Tallaleo nelle vicinanze di S. Marco; S. Bar­baro di Demenna, S. Maria del Rogato e S. Nicolò di Paleocastro nel territorio di Alcara; S. Pietro del Mueli a sud di Galati; S. Maria lo Bri­gnolito a poca di­stanza da Militello; i Santi Filadelfi sulle ro­vine di Apollonia (S. Fratello); S. Pancrazio nella valle del Furiano; S. Maria del Vo­cante, nella fiumara di S. Stefano; S. Anastasia a Mistretta; S. Maria di Sparto, nei pressi del casale omonimo (comune di Motta d'Affermo); S. Basilio e S. Maria de Lacu nel terri­torio di Naso; S. Maria a Ficarra ... . Grazie alla loro azione culturale agli inizi dell’VIII secolo la società siciliana è univocamente orientata verso Bisanzio, sicché quando nel 733, nell’ambito della riorganizzazione tematica disposta da Leone III Isaurico, fu sancita la scissione della chiesa siciliana dalla sede di Roma, “ciò avvenne - scrive l’Amari - senza contrasto ne rincrescimento di popoli”.

La resistenza all’islam.

Dallo scorcio del IX secolo, dopo che gli Arabi ebbero conquistato Cefalù (858), Castrogiovanni (859) e Siracusa (878), la resistenza bizantina si concentrò fino al 956 (per più di settanta anni) nel ridotto del Valdemone, intorno alle formidabili fortezze di Demenna, Taormina e Rometta. In questi difficili decenni i basiliani consolidano il loro ruolo dirigente della società del Valdemone. La loro ideologia diventa il collante culturale della resistenza. La loro predicazione cementa la scelta collettiva (e interiore nello stesso tempo) di un gruppo sociale compatto, che identifica nel cristianesimo e nella obbedienza al patriarcato di Bisanzio la sua identità culturale e la sua scelta di campo politico. E' nel particolare clima psicologico e culturale di questi decenni che gli abitanti dei Nebrodi maturarono quelle forme di religiosità che an­cor oggi ne caratterizzano la sensibilità e la devozione. Le figure di santi che accendono la devozione del popolo e in­formano l'azione del clero locale sono quelle dei padri della chie­sa orientale: S. Ba­silio, S. Teodoro, S. Nicola ... , a cui vengono dedicati chiese e monasteri e sul cui esempio si plasmano le vite di eremiti e santi locali. Demenna, ancor più di Taormina e Rometta, è il punto di riferimento del bizantinismo siciliano, la città in cui si raccoglie­vano profughi e fuggi­tivi dal resto dell'isola e si organizzava la resistenza. Fu probabilmente in questi anni che le reliquie di S. Calogero, per sottrarle agli infedeli, furono trasferite dal monastero di Sciacca al monastero di S. Filippo di Demenna, dando vita nella valle del Fitalia al culto di S. Calogero, che è ancora oggi una delle figure più care alla religiosità dei Nebrodi e che ogni anno attrae a S. Salvatore di Fitalia migliaia di pellegrini. La stessa cosa avvenne per le reliquie dei santi fratelli Alfio, Filadel­fio e Cirino, che subirono il martirio nel 253 d.C. a Lentini. Sarebbe stato l'ultimo vescovo di Lentini, Costantino Abate, a metterle in salvo dagli infedeli nell'839, portandole nel monastero di S. Filippo di Demenna. Da qui sarebbero poi state condotte nel monastero dei Santi Filadelfi, che sorgeva sui resti di Apollonia e che di S. Filippo era metochio. Di questo avvenimento rimane traccia nel culto dei tre Santi Fratelli, ancor oggi vivo a Mirto e S. Fratello.

Il periodo arabo.

La vittoria delle armi dell’islam, nel 962, non estinse però la resistenza, che si spostò dal piano militare a quello culturale. Rifugiatasi in Calabria buona parte della classe dirigente politica e ecclesiastica, di essa si fecero carico i monaci di S. Basilio, i cui monasteri furono depredati e danneggiati ma non smantellati come organizzazione. Per quanto privati di potere reale, essi rimasero un fermo punto di riferimento per le popolazioni cristiane. Alla loro presenza e azione si deve la mancata assimilazione del Valdemone alla cultura araba. Per centocinquanta anni essi continuarono a tenere viva la fiaccola della grecità e della cristianità, in attesa della riscossa. Riscossa che essi attendevano da Bisanzio e che invece sarebbe venuta da Roma, attraverso il braccio armato dei normanni.

Il periodo normanno.

Quando i normanni nel 1061 attraversarono lo Stretto di Messina, trovarono che parecchie delle dimore basiliane erano ancora abitate. Seppure in condizioni degradate erano attivi i monasteri di S. Filippo di Demenna, S. Barbaro di Demenna, S. Michele Arcangelo di Lisikon e S. Nicolò de Ficu, i quali sotto il dominio arabo avevano potuto legalmente conservare almeno parte dei loro possedimenti. Essi vennero a costituire il primo appoggio che il Gran Conte trovò all’interno della società che intendeva controllare e la base di partenza per la ricristianizzazione dell’isola. Al loro arrivo, perciò, i normanni rivitalizzarono il monachesimo basiliano. Era ovvio infatti che ogni tentativo di de-islamizzare la Sicilia non poteva non partire dal potenziamento del cristianesimo di lingua greca preesistente alla conquista. In cambio del loro sostegno politico, gli abati dei vecchi monasteri basiliani chiesero e ottennero dalle autorità normanne la restaurazione di vecchi possessi e privilegi e verosimilmente la concessione di nuovi. E’ questa la base di una quindicina di diplomi del conte Ruggero e della contessa Adelasia, i cui beneficiari furono monaci già insediati nei loro rispettivi monasteri, quali gli egumeni Gregorio di S. Filippo di Demenna, Nicodemo di S. Nicolò de Ficu, Erasmo di S. Michele Arcangelo. Ruggero affidò loro il compito di dirigere la ricostruzione materiale dei monasteri della regola e fu prodigo di mezzi. Fu una vera e propria epopea edilizia. Decine di monasteri furono ricostruiti dalle fondamenta, centinaia di chiese andate in abbandono furono riattate.

Il declino.

Ma fu una luna di miele di breve durata. L’obiettivo dichiarato della politica religiosa degli Altavilla era, infatti, quello di riportare la Sicilia nell’alveo della cristianità cattolica apostolica romana. Per la realizzazione di questo obiettivo essi avevano ottenuto l’investitura papale e la legazia apostolica che legittimava la loro guerra di conquista. E a questo obiettivo, sancito dal concordato di Melfi, essi si mantennero fedeli. Se nel breve termine era stato necessario appoggiarsi all’elemento greco e all’azione culturale del monachesimo basiliano, l’obiettivo di medio termine fu sin dall’inizio quello di sostituire la classe dirigente greca con quella latina, il monachesimo basiliano con quello benedettino. Per cui, passati gli anni della conquista, con il venir meno del sostegno del potere costituito, l’indebolimento del monachesimo greco cominciò subito, mentre si fece irresistibile l’ascesa del monachesimo benedettino.

Lo smantellamento dell’ordine.

Nel XIII e XIV secolo la decadenza dell’ordine si aggrava. Nel XV secolo esso viene progressivamente smantellato. Nel 1497 i monaci benedettini sostituiscono quelli basiliani nell’abbazia di S. Filippo di Demenna. Solo S. Michele Arcangelo attraverserà illeso le complesse vicende della storia siciliana, mantenendo possedimenti e ruolo feudale fino al 1812.

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