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Lasciando la sua inequivocabile e durevole impronta
sulla religiosità degli abitanti dei Nebrodi, il monachesimo basiliano
ha svolto una parte essenziale nella definizione della loro identità
culturale, almeno fino alla recente grande omologazione.
Le
origini.
E probabile che la diffusione del monachesimo
basiliano in Sicilia abbia avuto inizio già nel VI secolo, cioè
nel periodo immediatamente successivo alla conquista bizantina (535),
anche se la prima notizia su di esso risale al VII secolo, quando
Massimo il Confessore si appellò alle loro comunità - già bene organizzate
e diffuse in tutta lisola - per opporsi alleresia monotelita.
Di lingua, cultura e rito orientale, il monachesimo basiliano costituì
il principale veicolo attraverso cui si realizzò la rapida e profonda
bizantinizzazione della società siciliana. Capillarmente presenti
sul territorio, in relazione evidente con i casali che si erano
formati dalla frantumazione delle città antiche, i monasteri basiliani
diventarono nellalto medioevo le nuove cellule organizzative
del territorio. E' verosimile che San Filippo di Demenna (Frazzanò),
S. Michele Arcangelo (S. Angelo) e S. Nicolò de Ficu (Raccuia)
fossero sin dall'inizio preminenti sugli altri; e che loro metochi
fossero S. Maria de' Mallimachi, vicino Castanea; S. Teodoro presso
Mirto; S. Pietro di Deca e S. Tallaleo nelle vicinanze di S. Marco;
S. Barbaro di Demenna, S. Maria del Rogato e S. Nicolò di Paleocastro
nel territorio di Alcara; S. Pietro del Mueli a sud di Galati; S.
Maria lo Brignolito a poca distanza da Militello; i Santi Filadelfi
sulle rovine di Apollonia (S. Fratello); S. Pancrazio nella valle
del Furiano; S. Maria del Vocante, nella fiumara di S. Stefano;
S. Anastasia a Mistretta; S. Maria di Sparto, nei pressi del casale
omonimo (comune di Motta d'Affermo); S. Basilio e S. Maria de Lacu
nel territorio di Naso; S. Maria a Ficarra ... . Grazie alla loro
azione culturale agli inizi dellVIII secolo la società siciliana
è univocamente orientata verso Bisanzio, sicché quando nel 733,
nellambito della riorganizzazione tematica disposta da Leone
III Isaurico, fu sancita la scissione della chiesa siciliana dalla
sede di Roma, ciò avvenne - scrive lAmari - senza contrasto
ne rincrescimento di popoli.
La
resistenza allislam.
Dallo scorcio del IX secolo, dopo che gli Arabi ebbero
conquistato Cefalù (858), Castrogiovanni (859) e Siracusa (878),
la resistenza bizantina si concentrò fino al 956 (per più di settanta
anni) nel ridotto del Valdemone, intorno alle formidabili fortezze
di Demenna, Taormina e Rometta. In questi difficili decenni i basiliani
consolidano il loro ruolo dirigente della società del Valdemone.
La loro ideologia diventa il collante culturale della resistenza.
La loro predicazione cementa la scelta collettiva (e interiore nello
stesso tempo) di un gruppo sociale compatto, che identifica nel
cristianesimo e nella obbedienza al patriarcato di Bisanzio la sua
identità culturale e la sua scelta di campo politico. E' nel particolare
clima psicologico e culturale di questi decenni che gli abitanti
dei Nebrodi maturarono quelle forme di religiosità che ancor oggi
ne caratterizzano la sensibilità e la devozione. Le figure di santi
che accendono la devozione del popolo e informano l'azione del
clero locale sono quelle dei padri della chiesa orientale: S. Basilio,
S. Teodoro, S. Nicola ... , a cui vengono dedicati chiese e monasteri
e sul cui esempio si plasmano le vite di eremiti e santi locali.
Demenna, ancor più di Taormina e Rometta, è il punto di riferimento
del bizantinismo siciliano, la città in cui si raccoglievano profughi
e fuggitivi dal resto dell'isola e si organizzava la resistenza.
Fu probabilmente in questi anni che le reliquie di S. Calogero,
per sottrarle agli infedeli, furono trasferite dal monastero di
Sciacca al monastero di S. Filippo di Demenna, dando vita nella
valle del Fitalia al culto di S. Calogero, che è ancora oggi una
delle figure più care alla religiosità dei Nebrodi e che ogni anno
attrae a S. Salvatore di Fitalia migliaia di pellegrini. La stessa
cosa avvenne per le reliquie dei santi fratelli Alfio, Filadelfio
e Cirino, che subirono il martirio nel 253 d.C. a Lentini. Sarebbe
stato l'ultimo vescovo di Lentini, Costantino Abate, a metterle
in salvo dagli infedeli nell'839, portandole nel monastero di S.
Filippo di Demenna. Da qui sarebbero poi state condotte nel monastero
dei Santi Filadelfi, che sorgeva sui resti di Apollonia e che di
S. Filippo era metochio. Di questo avvenimento rimane traccia nel
culto dei tre Santi Fratelli, ancor oggi vivo a Mirto e S. Fratello.
Il
periodo arabo.
La vittoria delle armi dellislam, nel 962,
non estinse però la resistenza, che si spostò dal piano militare
a quello culturale. Rifugiatasi in Calabria buona parte della classe
dirigente politica e ecclesiastica, di essa si fecero carico i monaci
di S. Basilio, i cui monasteri furono depredati e danneggiati ma
non smantellati come organizzazione. Per quanto privati di potere
reale, essi rimasero un fermo punto di riferimento per le popolazioni
cristiane. Alla loro presenza e azione si deve la mancata assimilazione
del Valdemone alla cultura araba. Per centocinquanta anni essi continuarono
a tenere viva la fiaccola della grecità e della cristianità, in
attesa della riscossa. Riscossa che essi attendevano da Bisanzio
e che invece sarebbe venuta da Roma, attraverso il braccio armato
dei normanni.
Il
periodo normanno.
Quando i normanni nel 1061 attraversarono lo Stretto
di Messina, trovarono che parecchie delle dimore basiliane erano
ancora abitate. Seppure in condizioni degradate erano attivi i monasteri
di S. Filippo di Demenna, S. Barbaro di Demenna, S. Michele Arcangelo
di Lisikon e S. Nicolò de Ficu, i quali sotto il dominio arabo avevano
potuto legalmente conservare almeno parte dei loro possedimenti.
Essi vennero a costituire il primo appoggio che il Gran Conte trovò
allinterno della società che intendeva controllare e la base
di partenza per la ricristianizzazione dellisola. Al loro
arrivo, perciò, i normanni rivitalizzarono il monachesimo basiliano.
Era ovvio infatti che ogni tentativo di de-islamizzare la Sicilia
non poteva non partire dal potenziamento del cristianesimo di lingua
greca preesistente alla conquista. In cambio del loro sostegno politico,
gli abati dei vecchi monasteri basiliani chiesero e ottennero dalle
autorità normanne la restaurazione di vecchi possessi e privilegi
e verosimilmente la concessione di nuovi. E questa la base
di una quindicina di diplomi del conte Ruggero e della contessa
Adelasia, i cui beneficiari furono monaci già insediati nei loro
rispettivi monasteri, quali gli egumeni Gregorio di S. Filippo di
Demenna, Nicodemo di S. Nicolò de Ficu, Erasmo di S. Michele Arcangelo.
Ruggero affidò loro il compito di dirigere la ricostruzione materiale
dei monasteri della regola e fu prodigo di mezzi. Fu una vera e
propria epopea edilizia. Decine di monasteri furono ricostruiti
dalle fondamenta, centinaia di chiese andate in abbandono furono
riattate.
Il
declino.
Ma fu una luna di miele di breve durata. Lobiettivo
dichiarato della politica religiosa degli Altavilla era, infatti,
quello di riportare la Sicilia nellalveo della cristianità
cattolica apostolica romana. Per la realizzazione di questo obiettivo
essi avevano ottenuto linvestitura papale e la legazia apostolica
che legittimava la loro guerra di conquista. E a questo obiettivo,
sancito dal concordato di Melfi, essi si mantennero fedeli. Se nel
breve termine era stato necessario appoggiarsi allelemento
greco e allazione culturale del monachesimo basiliano, lobiettivo
di medio termine fu sin dallinizio quello di sostituire la
classe dirigente greca con quella latina, il monachesimo basiliano
con quello benedettino. Per cui, passati gli anni della conquista,
con il venir meno del sostegno del potere costituito, lindebolimento
del monachesimo greco cominciò subito, mentre si fece irresistibile
lascesa del monachesimo benedettino.
Lo
smantellamento dellordine.
Nel XIII e XIV secolo la decadenza dellordine
si aggrava. Nel XV secolo esso viene progressivamente smantellato.
Nel 1497 i monaci benedettini sostituiscono quelli basiliani nellabbazia
di S. Filippo di Demenna. Solo S. Michele Arcangelo attraverserà
illeso le complesse vicende della storia siciliana, mantenendo possedimenti
e ruolo feudale fino al 1812.
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